La casa ideale secondo Gio Ponti

In un momento come questo in cui l’interior design ha raggiunto una importanza rilevante in tutti i contesti, culturali e sociali, ci potremmo chiedere: qual è la nostra casa ideale, qual è lo spazio ambìto da ognuno di noi? In quale ambiente, tra le innumerevoli proposte del mercato, vorremmo vivere? Quale spazio ci appartiene e a quale spazio noi apparteniamo?

La scelta dipende non soltanto dall’ambiente e dal complemento di arredo selezionato ma dal contesto da cui quell’ambiente, o quel pezzo di design, proviene e dall’emozione che ci trasmette.

In questo senso, bisogna individuare un percorso a volte tortuoso, altre volte lineare, basato su un metodo legato a una passione e a un piacere nella ricerca. Metodo volto a selezionare oggetti di qualità con lavorazioni evolute che ricercano il gusto del bello e che si armonizzino con l’ambiente immaginato.

È in questa ricerca che le parole di Gió Ponti, nell’editoriale “La casa all’italiana’’ scritto nel 1928 per il primo numero della rivista Domus, da lui fondata e diretta, con alcune interruzioni, fino al 1977, risultano illuminanti per un modello abitativo senza tempo:

“Nell’antica casa all’italiana non vi è grande distinzione d’Architettura fra interno ed esterno; altrove vi è addirittura separazione di forme e di materiali: da noi l’architettura di fuori penetra dentro, e non tralascia di usare all’interno come all’esterno né la pietra né gli intonachi né l’affresco. (….) Dall’interno la casa all’italiana riesce all’aperto con i suoi portici e le sue terrazze, con le pergole e le verande, con le logge ed i balconi, le altane e i belvedere, invenzioni confortevoli per l’abitazione serena, e tanto italiane che in ogni lingua sono chiamate con i nomi di qui. (…) L’ antica casa all’italiana è di fuori e di dentro senza complicazioni, accoglie suppellettili e belle opere d’arte e vuole ordine e spazio fra di esse e non folla e miscuglio. Giunge ad essere ricca con i modi della grandezza e della semplicità, non con quelli della preziosità. Il suo disegno non discende dalle sole esigenze materiali del vivere. Il cosiddetto ‘comfort’ non è nella casa all’italiana solo nella rispondenza delle cose alla necessità, ai bisogni, ai comodi della nostra vita ed alla organizzazione dei servizi. Codesto suo ‘comfort’ è in qualcosa di superiore: è nel darci con l’architettura una misura per i nostri stessi pensieri’’.

Ponti scrive queste parole un secolo fa, parole che ancora oggi risultano di una modernità e attualità sorprendenti. La sua è una visione profetica, il suo è un amore per un modello estetico che travalica tempo e spazio diventando un vero e proprio stile. Ponti già negli anni Venti insisteva su concetti come “comfort” e serenità, sottolineando l’importanza di spazi come terrazze, balconi, verande, logge, ovvero luoghi di cui, in questo particolare contesto storico, costretti sempre più spesso tra le quattro mura domestiche, risultano essenziali per garantire la nostra salubrità fisica e mentale. Ponti è stato lungimirante nel proiettare l’architettura fuori ma, soprattutto, nel portare la natura dentro allo spazio abitativo.

Quasi trent’anni dopo, sempre Ponti, nel libro “Amate l’architettura – L’architettura è un cristallo” (1957), così commentava, immaginando l’evoluzione dello spazio domestico:

“Questa l’antica casa all’italiana; come sarà la moderna? Saremo capaci di fare una casa moderna, ma cosi? (…) È essa la casa vuota, astratta? O è la casa “con noi”, vivente? Se l’arte è la possibilità dell’impossibile la casa deve essere ammirevole come fosse vuota e intima come fosse piena. La casa perfetta è quella che ci arresta sulla soglia aperta intimiditi dal suo segreto umano e dalla sua bellezza architettonica. (…) Da questa casa antica estraiamo delle leggi perenni, delle perenni usanze mentali e morali (filosofiche) e non delle forme (per quanto taluni possono dire che forme e usanze coincidono): continuiamole nelle nostre forme diverse. Non è detto che forme e usanze coincidano. Certe forme sono morte, anche se ancora le adoperiamo, e certe usanze morali e mentali vivono, si ritrovano, in forme nuove, pure”.

In un’epoca di transizione come la nostra, dove sono in corso svariate trasformazioni epocali, queste parole possono sembrare superate? A mio avviso no, nostro compito è ricercare ciò che queste affermazioni suscitano in noi, per un futuro dell’interior design rigenerato e pieno di bellezza, armonia e cultura.

 Ecco, questo è uno dei punti di partenza per provare a immaginare la nostra casa ideale. Il designer deve essere un creativo, deve individuare le trasformazioni, farsi portavoce di nuovi modi di vivere, di sognare, di abitare, modi che devono essere fluidi e mutevoli contemporaneamente come il momento che stiamo vivendo, tecnologici come il futuro ma senza dimenticare di studiare il passato da cui proveniamo e che è sempre parte di noi e della nostra storia.

Di Pietro Mercaldo