Dalle auto alle lampade, la stella luminosa di Pio Manzù

Figlio d’arte, il nome di Pio Manzù resterà legato al mondo dell’automobile e del design industriale. Ma la sua breve carriera, terminata tragicamente una notte di maggio del ‘69 è andata anche oltre

Ci sono storie che si possono raccontare dalla fine. E che forse, proprio perché raccontate a ritroso nel tempo, risultano ancora più comprensibili. Quella di Pio Manzù (al secolo Pio Manzoni) è una di queste.

E questo cammino in senso ostinatamente contrario inizia la sera del 26 maggio 1969 quando Pio, a bordo della 500 della moglie sta correndo da Milano a Torino. Destinazione Fiat, per mostrare il progetto finale della celebre 127.

fiat 127 pio manzù

E’ tardi. Ma la barriera di Torino è vicina e quel modello che è destinato a rivoluzionare il mondo dell’auto per tutti non può attendere fino a domattina. Pio ha dannatamente bisogno di mostrare subito quel capolavoro. Il talento non si può rinchiudere in orari d’ufficio.

E d’altra parte, per la consegna di un capolavoro non esiste un “ripassi più tardi, grazie”.

All’altezza di Brandizzo, tra Chivasso e Settimo Torinese, la 500 di Manzù sbanda. Un colpo di sonno. Imprevedibile e letale, come tutti i colpi di sonno. Pio, che non ha ancora compiuto trent’anni è considerato da tutti l’astro nascente del design industriale italiano. Ha davanti a sé una carriera straordinaria perché è un predestinato.

Ma la sua storia si interrompe bruscamente quella notte di maggio, a pochi chilometri dalla destinazione. Una delle stelle più luminose del firmamento del design italiano si spegne così. Nonostante una disperata corsa all’ospedale. Proprio tra le lamiere di quelle macchine che Manzù adorava e che lo avevano reso celebre.

Pio Manzoni nasce nel 1939 a Bergamo. È figlio d’arte, perché il padre Giacomo è un celebre scultore. Dopo il liceo, Pio va in Germania e per studiare nella prestigiosa scuola di Design di Ulm sulle sponde del Danubio, nella regione di Baden-Württemberg.

Si laurea nel 1964 e nel giro di pochi anni il suo talento gli permette di farsi strada nel mondo del design industriale. Tutti lo vogliono perché questo giovane è già un’icona. Ironia della sorte la sua tesi riguarda il design di un trattore caratterizzato da un roll-bar che protegge il guidatore in caso di ribaltamento. La stessa tecnologia che avrebbe potuto salvargli la vita in quella maledetta notte di maggio del ‘69.

Nel 1967 inizia la sua collaborazione con la casa automobilistica torinese con il concept: Fiat City Taxi. Un progetto che non entrerà mai in produzione, ma che serve agli “ingessati” vertici Fiat per convincersi del suo talento unico. Tanto da affidargli il progetto della 127 che, tra l’altro, diventerà auto dell’anno nel 1972.

Già, il 1969. Non resterà famoso solo per quell’ultimo viaggio ma anche per una collaborazione importante, quella con Achille Castiglioni nella realizzazione di un’icona: la lampada Parentesi per Flos. Non è l’unica variazione sul tema di Manzù che fu autore anche dell’orologio da tavolo ABS Cronotime by Alessi.

lampada cronotime alessi pio manzù

Ma torniamo alle automobili. La Fiat 127 vedrà la luce due anni dopo la scomparsa di Manzù, nel 1971 e diventerà uno dei simboli della casa Torinese restando in listino fino a metà degli anni ‘80. Proprio come l’aveva immaginata lui, questa automobile diventa rivoluzionaria perché razionalizza gli spazi a disposizione come mai prima

Dal punto di vista tecnico si tratta di un progetto innovativo sia per il motore anteriore trasversale sia per la trazione, anche essa anteriore.

Cosa sarebbe stato il mondo del design con Pio Manzù? Quanti capolavori avrebbe potuto creare il suo genio se non si fosse spento a soli 30 anni? Queste e tante altre domande resteranno per sempre senza una risposta. Ma con i “se” e con i “ma” la storia non si fa. Quello che resta è il suo talento puro, luminoso.

La scrittrice statunitense Emma Bombeck una volta disse: “Quando sarò di fronte a Dio alla fine della mia vita, spero che non mi sarà rimasta nemmeno una briciola di talento, e che io possa dire: ho usato tutto quello che mi hai dato”.